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Casa a prova d'inverno

Igiene e prevenzione
 
  • Case calde contro influenze e raffreddori?
  • Anche per l’umidità domestica esiste un intervallo ottimale?
  • È più salutare arieggiare o "sigillare" le finestre?
  • Ci sono in casa ambienti più a rischio di inquinamento?
  • C’è qualche altro accorgimento da adottare?
 
Case calde contro influenze e raffreddori? 
La tentazione di chiuderci in casa, alzare la temperatura dei radiatori e sigillare le finestre ce l’abbiamo un po’ tutti, d’inverno. Perché il calore è confortevole e anche perché, così facendo, crediamo di sfuggire ai malanni tipici della stagione. Ma contro influenza e raffreddore il caldo in casa, o meglio il "caldissimo", non è esattamente l’arma giusta. La temperatura domestica ideale è infatti di 18-21 gradi: non c’è bisogno di eccedere, anzi, eccedere può essere nocivo. 
Il concetto di temperatura domestica ottimale, dicono gli igienisti, nasce dal fatto che le reazioni all’interno del nostro organismo avvengono intorno a 36,5 gradi centigradi di temperatura corporea. Se la temperatura esterna scende troppo avvertiamo la sgradevole sensazione del freddo e mettiamo in atto i meccanismi di compensazione tipici della nostra specie: brividi (contrazioni dei muscoli che producono calore) e pelle d’oca (reazione cutanea che riduce la dispersione del calore). Ma se – come in verità accade spesso nelle nostre abitazioni – la temperatura supera i 22 gradi, le mucose delle prime vie respiratorie tendono a seccarsi, la secchezza a sua volta provoca un calo delle difese immunitarie locali e di conseguenza una maggiore sensibilità agli attacchi di batteri e di virus. In altri termini, innalzando la temperatura delle nostre case forse acquistiamo in comfort, ma certamente perdiamo in resistenza ai microrganismi: in definitiva rischiamo "di più" di raffreddarci e, una volta raffreddati, impieghiamo "più tempo" a guarire.
 
 
Anche per l’umidità domestica esiste un intervallo ottimale? 
Certamente, ed è compreso, secondo gli igienisti dell’ambiente, tra 40 e 60 per cento. Se il valore è eccessivamente basso e l’aria è secca – e questo è quanto accade in genere nelle nostre case super riscaldate – le mucose si asciugano, con le conseguenze di cui abbiamo già parlato. 
Per mantenere il giusto grado di umidità – fondamentale soprattutto se in casa ci sono bambini piccoli, dicono i pediatri – è importante quindi umidificare gli ambienti: con apparecchi elettrici, meglio se con un’autonomia di molte ore per consentirne il funzionamento anche di notte, oppure utilizzando sistemi tradizionali, sempre efficaci oltre che economici. Il classico umidificatore di coccio da fissare al radiatore va benissimo a patto che si tenga pulito e vi si cambi l’acqua spesso per evitare che si annidino pseudomonacee, batteri patogeni tipici – sebbene rari – degli ambienti confinati. Se invece l’umidità in casa è eccessiva (è il caso per esempio dei vecchi seminterrati cittadini una volta destinati ai portinai degli stabili) potrebbero formarsi muffe su tappezzerie e superfici, con rischio di allergie e micosi per gli inquilini. In quel caso si può ricorrere ai deumidificatori.
 
 
È più salutare arieggiare o "sigillare" le finestre?  
Il ricambio d’aria è fondamentale per il mantenimento di un sano microclima domestico. Anche d’inverno, anzi a maggior ragione durante questa stagione. Arieggiando spesso le camere, specialmente se molto frequentate (vedi, oltre agli appartamenti, classi scolastiche, edifici pubblici, uffici, ecc.) o se in casa ci sono persone ammalate, si diluiscono i volumi di aria interna e di conseguenza la carica microbiologica, cioè la concentrazione di batteri, virus e miceti dell’ambiente. 
Anche chi vive in città con scadente qualità atmosferica dovrebbe favorire il ricambio dell’aria domestica: gli inquinanti chimici esterni non possiamo evitarli comunque, perché allora non abbattere almeno quelli microbiologici?
 
 
Ci sono in casa ambienti più a rischio di inquinamento? 
Uno in particolare: la cucina. Stando a diversi studi anche italiani (tra gli altri, uno dell’ENEA - l’ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente - di qualche anno fa) qui si concentrano più che altrove inquinanti chimici, in particolare l’ossido d’azoto, gli idrocarburi incombusti e il monossido di carbonio. In inverno come nelle altre stagioni (e forse più che nelle altre visto che in genere in questo periodo si tende a cucinare di più), dovremmo ricordarci di lasciare spesso in cucina uno spiraglio di finestra aperto.
 
 
C’è qualche altro accorgimento da adottare?  
Anche la luce è un fattore importante del microclima degli ambienti confinati. Al pari della temperatura, dell’umidità e del riciclo di aria, la luce del sole, in particolare la sua frazione ultravioletta, contribuisce infatti alla disinfezione dell’ambiente. 
Durante il giorno, quindi, visto che in inverno le ore di sole sono limitate, le tapparelle andrebbero sempre tenute sollevate.
 
 
A cura di Tina Simoniello
Giornalista e Biologa
 
Tratto da:
© Il Pensiero Scientifico Editore
 
 
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